Autore Milkshake Butterfly
Serie House M.D.
Pairing House/Wilson
Rating PG 13
Parte 3/5
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Indirizzo originale http://m-butterfly.livejournal.com/6698
Tre
(Le Persone negli Uffici di Vetro non Dovrebbero Pomiciare con gli Oncologi)
Il fatto che lui e Wilson stessero litigando in quei giorni non li distingueva poi molto l’uno dall’altro; non distingueva nemmeno questo mercoledì da ogni altro, sebbene House sospettasse che se qualcuno si fosse preso la briga di tracciare uno schema dei loro litigi avrebbe riscontrato un leggero picco il Martedì, per nessuna ragione apparente. Stava cominciando ad assumere l’aspetto di un tema frequente tra loro, e di un tipo strano; dopo tutti quegli anni di amicizia, House non trovava spiegazioni al perché improvvisamente adesso avessero preso a litigare ogni settimana, considerato che nulla di altrettanto stressante stava capitando nelle loro vite tanto per cambiare. Certo, Wilson era sempre stato... non esattamente antagonista, quello valeva per la Cuddy o Foreman. Ma Wilson era sempre stato pronto, quasi alla stregua degli altri due, a fargli presente quando pensava stesse commettendo un errore; lo aveva sempre fatto in quel suo modo unico e personale, che era molto più gentile e decisamente meno irritante di come lo facessero Foreman o la Cuddy, e ora che House ci rifletteva, probabilmente riusciva a risultare molto più efficace. Ma ultimamente, quell’atteggiamento pacato lo stava diventando sempre meno, e se Wilson non era ancora lontanamente brusco come gli altri due, il fatto che lo conoscesse meglio—e avesse un’idea migliore di dove andare a colpire—serviva solo a spiegarne il motivo.
Ma a ben pensarci forse tutto questo era inevitabile; forse una persona poteva sopportare solo un limitato numero di anni di esposizione ad House prima di raggiungere un limite e non poterlo più fare. Forse la pazienza di Wilson, che era di per sé stupefacente, semplicemente si era esaurita, e i metodi più sottili che in precedenza era solito tentare e che facevano la differenza avevano smesso di essere strumenti adeguati per contenere la sua frustrazione; forse la fine del suo matrimonio aveva finalmente esaurito l’ultima goccia della sua tolleranza. Forse... All’inferno, tutto quello che House sapeva per davvero era che ultimamente, tutte quelle piccole perplessità etiche e ambiguità morali che lo seguivano come pulcini sperduti avevano finito per provocare reazioni sempre più tese dal suo, precedentemente imperturbabile, migliore amico. Sicuro, non che quello supportasse la teoria del ‘questo era inevitabile ’ in modo del tutto convincente, dato che House era certo che se si fosse trattato di perdere la pazienza per qualcosa, sarebbe stato per la sua personalità, non per la sua professionalità, o meglio per la sua mancanza. Qualunque fosse la causa, quel giorno avevano cominciato a discutere della decisione di House di trattare il suo ultimo paziente per vasculite quando Wilson era sicuro che la causa fosse relativa al suo dipartimento, ed era finita.. da un’altra parte.
“Non è un errore,” ripeté House, per enfatizzare.
“Oh, certo che no,” disse Wilson. Le mani piantate saldamente sui fianchi e persino senza il camice, quello era un cattivo segno. “Non tu. Il grande, infallibile Dottor Gregory House, colui che ha sempre ragione.”
“Non ho mai detto di avere sempre ragione.” Ad un certo punto—probabilmente dal momento in cui si era discostato dall’essere un caso specifico per volgere ad un discorso generale—si era alzato da dietro la sua scrivania, ed era zoppicato fino a trovarsi faccia a faccia con Wilson di fronte alle sedie, il che implicava che poté godere della vista dell’espressione esasperata che attraversò il viso dell’altro a quell’affermazione.
“No, tu semplicemente ti comporti come se lo fossi. E mi ignori ogni volta che tento di farti notare che potresti sbagliarti.” Era tardi, il sole era tramontato, il cielo si oscurava, e il suo team era impegnato.. a fare qualsiasi cosa facessero di solito nella sala conferenze quando aspettavano i risultati di un trattamento cercando di ignorarlo. Non si aspettava di venire disturbato per niente di meno che un arresto cardiaco—non quando un’occhiata attraverso le porte avrebbe mostrato l’espressione di Wilson, la posa delle sue spalle, e la tensione nella sua mascella. House non poteva vedere la propria faccia, ma non era difficile immaginare che non fosse a sua volta più allegra; gli sembrava che le linee sulla sua fronte stessero cercando di trasformarsi in solchi permanenti.
“E oh, pensi sia perché, non so, uno di noi ha una nomea di essere nel giusto più spesso che il contrario?”
C’era qualcosa di somigliante alla brace negli occhi di Wilson, un’espressione che House aveva visto solo raramente in precedenza, ma a cui ultimamente aveva fatto l’abitudine—e la cosa ironica era la possibilità che chiunque altro non si sarebbe reso conto di quanto Wilson fosse davvero furibondo. S’infuriava allo stesso modo in cui faceva le altre cose—in silenzio, ma con un pericoloso accumularsi di sentimenti celati dietro la pacata corazza esteriore. “Ho ragione esattamente spesso quanto te, House—solo che io non sento l’esigenza di essere sempre così dannatamente compiaciuto e trionfante delle mie vittorie.”
“Oh davvero,” disse House, più asciutto che poteva.
“Io non ti sono inferiore, e ne sto avendo abbastanza della tua abitudine a ignorare i miei consigli e le mie preoccupazioni.” House rivolse gli occhi al soffitto e fece per andarsene, ma Wilson si allungò e lo afferrò per il braccio. Fissò la mano che gli circondava il bicipite per un lungo momento prima di sollevare lo sguardo e rivolgerlo fisso a Wilson. Quest’ultimo arrossì un poco e lasciò cadere la mano, stringendola a pugno lungo il fianco, ma non distolse lo sguardo, e quel rossore non lo fece sembrare meno quietamente furioso di prima. “Sai una cosa?” chiese, quasi brutalmente. “Scommetto che posso batterti. Almeno 2 round su 4 e la quinta ce la giochiamo, scegli tu il gioco. Avanti.” House non riuscì ad evitare uno sguardo condiscendente, che non fece altro che peggiorare il rossore di Wilson prima che aggiungesse, “Sono serio, House. Qui e ora. Qualunque cosa.”
“Oh davvero,” ripeté, molto più quietamente e con fare assorto questa volta. Wilson ancora non cedeva di un pollice, se ne stava lì con le mani serrate e gli occhi fiammeggianti. Il bagliore lasciò il posto ad un lieve spalancarsi degli occhi quando House fece deliberatamente un passo avanti, verso di lui, e perse ancora più terreno quando lasciò andare il suo bastone; il suono che produsse andando a sbattere contro la sedia sembrò innaturalmente forte, persino alle sue orecchie. Probabilmente una mossa stupida, di certo eccessivamente drammatica, ma quando fece il suo successivo e stentato passo in avanti, Wilson indietreggiò. Non aveva importanza a quel punto, perché muoversi senza il bastone somigliava più ad una caduta controllata, il che lo portò al suo passo successivo, e così facendo House ottenne quel momento per controbilanciare sul fianco la perdita di equilibrio, e spingere le mani in avanti per piantarle sulle spalle di Wilson e sbatterlo contro il muro fu la cosa più semplice di tutte.
Wilson spalancò gli occhi quando colpì la parete, e le sue labbra si dischiusero; anche se House non avesse pianificato quello che fece in seguito, l’invito inconscio era troppo forte per venire ignorato. House chiuse gli occhi per non vedere l’espressione preoccupata e quasi impaurita che attraversò il viso di Wilson, e fece collidere le loro bocche insieme con una forza tale quasi da lasciare il segno, con il peso di tutti gli anni si amicizia e di quattro mesi di crescenti litigi dietro ad esso.
Il corpo di Wilson s’irrigidì, e le labbra si dischiusero maggiormente in quello che House sospettò essere più che probabilmente stupore, ma scoprì che non gl’importava poi molto; qualsiasi fosse la ragione, rappresentava una perfetta opportunità per forzare la lingua nella bocca di Wilson, passarla in modo provocante sui denti prima di spingersi più in là nell’ultimo mezzo passo e modellare i loro corpi insieme. Wilson emise un lieve suono simile ad un ansito e si rilassò repentinamente, e quando House si arrischiò ad aprire brevemente gli occhi vide che aveva chiuso i suoi a sua volta, la testa lasciata ricadere contro il muro.
Lasciò che gli occhi si chiudessero di nuovo e si concentrò per il momento soltanto sulle percezioni, tentando di memorizzare l’esatta sensazione delle labbra di Wilson e del suo corpo contro il proprio, perché di certo entro pochi secondi uno di loro si sarebbe reso conto di quanto fosse un’idea stupida e vi avrebbe posto fine. Ma per il momento, la bocca di Wilson si aprì a lui, calda e umida e il contendere di una lingua contro l’altra, i capelli di Wilson che gli solleticavano la mano che aveva fatto strisciare fino a posargliela sul collo, Wilson scostò le gambe per far accomodare la coscia che House era miracolosamente riuscito a intromettere senza perdere l’equilibrio...Questo dava al tutto un senso perfetto, ogni discussione, ogni sguardo ferito, ogni pollice di quella frattura crescente che aveva percepito crearsi tra loro. Più di quello, richiudeva quella rottura, gettando un ponte tra gli spazi tra loro e House si chiese come diavolo, con questa cosa sommersa nell’inconsapevolezza tra loro, fossero riusciti ad andare così lontano; la loro amicizia era sempre stata un equilibrio di per sé abbastanza delicato senza avere qualcosa come quello celato sotto la superficie, ad aggiungere turbolenza ad acque di per sé pericolose. E House era piuttosto sicuro che non sarebbe andata a finire bene, persino con le mani di Wilson che salivano per appoggiarsi sui suoi fianchi, ma per il momento.. non gli importava. Infatti, al momento, tutto quello che gli sembrava particolarmente importante era capire come interrompere il loro bacio abbastanza a lungo per riprendere fiato, fatto di assoluta importanza, ma non abbastanza da sembrare come se avessero smesso.
Poi le mani di Wilson lasciarono i suoi fianchi e salirono fino al petto, e solo per un momento, prima di avvertire il ritorno di quella rigidità nei muscoli di Wilson, House fu molto curioso su dove le cose sarebbero andate a parare; percependo quella tensione concluse che il buon senso aveva fatto ritorno. Aprì gli occhi non appena le mani di Wilson, a palmi aperti, lo scostarono gentilmente, e non fu propriamente sorpreso di trovare un’espressione sbigottita corredata di un vivo rossore sul volto di Wilson.
O.. per lo meno, non completamente sorpreso, perché la causa di quell’espressione non era House, stava.. al di là delle sue spalle.
In direzione della saletta conferenze.
Merda.
House chiuse gli occhi e fece un profondo respiro, riflettendo per la prima volta sul fatto che probabilmente era stato l’istinto di auto- conservazione e non di negazione che lo aveva trattenuto dal fare quello che aveva appena fatto; forse il suo subconscio aveva compiuto gli straordinari per proteggerlo ed evitargli di finire coinvolto con un uomo che poteva condurlo a uno stato tale da fargli dimenticare il fatto di vitale importanza che il suo ufficio fosse composto per un buon cinquanta per cento di finestre.
“Quale di loro?” chiese, riaprendo gli occhi.
Lo sguardo di Wilson tornò di nuovo a posarsi su di lui, confuso e imbarazzato e del tutto scompigliato in modo assolutamente attraente, ma anche in qualche modo divertito. “Tutti quanti.”
Oh, all’inferno. House rischiò l’equilibrio spostandosi quel tanto per sporgersi indietro e guardare da sopra la spalla, e lì se ne stava il suo team, tutti e tre i suoi membri a formare un gruppo sulla porta nella saletta conferenze a fissare con un’identica espressione sbalordita. O almeno era così per Cameron e Chase. In effetti le loro espressioni erano talmente identiche da risultare quasi comico, a partire dagli occhi spalancati, le labbra leggermente dischiuse, e una mano appoggiata contro i lati della porta. Cameron, notò House, indossava gli occhiali. Si chiese se ciò significasse che stesse lavorando su un po’ di scartoffie prima che uno spettacolo molto più interessante avesse distolto la sua attenzione. Foreman stava in piedi nel mezzo, la tazza ancora in mano, ma anche mentre House lo stava studiando l’espressione di sorpresa stava scomparendo, un sorriso che gli sollevava gli angoli della bocca e un sopracciglio abbassato mentre l’altro rimaneva sollevato.
“Pssh,” disse Foreman, sollevando la tazza e bevendo un sorso. “Lo sapevo.”
Con una contemporaneità vagamente spaventosa, Cameron e Chase si voltarono a fissarlo.
“Cosa, come se voi non ve lo foste mai chiesto?” disse e poi scosse il capo e tornò nella saletta.
House distolse l’attenzione da tutto quello appena in tempo per schivare il ritorno degli sguardi allibiti dei membri meno imperturbabili del suo team e incontrare invece lo sguardo di Wilson, che era.. possibilmente ugualmente imbarazzante, in verità. Wilson conservava ancora una specie di stupore e il fattore scompigliato non sarebbe scomparso di sua iniziativa, ma lo sguardo allibito si stava spegnendo e qualcosa di molto più preoccupantemente speculativo stava cominciando a prenderne il posto. Le loro gambe erano ancora abbastanza vicine da sfiorarsi, e House poteva sentire il calore proveniente dalla coscia destra di Wilson penetrare in porzioni della sua anatomia che decisamente non avevano bisogno di quello stimolo proprio adesso.
“Uno di noi,” disse, tentando di assumere un tono casuale e riuscendoci in qualche modo con sua sorpresa, “probabilmente dovrebbe dire qualcosa.”
Wilson annuì con una lentezza causata dallo stordimento. Qualcuno dietro di lui stava emettendo un lieve suono, e House decise di non voltarsi e tentò di immaginare di chi si trattasse. “Sicuro. Tu per primo.”
Bene, tutto quello era ingiusto. L’unica volta in cui non aveva idea di cosa dire, Wilson voleva che fosse lui a parlare.
“Voi...”disse Cameron, e giacché continuare a fissare Wilson con espressione assente lo stava snervando, House si guardò di nuovo dietro la spalla. “Voi... voi..” Gli occhi non le erano tornati normali, ma le sue sopracciglia si erano abbassate, e le nocche erano sbiancate dove si stava afferrando allo stipite; le spalle si stavano alzando e abbassando a ritmo con i respiri affannosi che stava emettendo. Chase la stava guardando con quel tipo di sguardo che un uomo potrebbe rivolgere a una granata innescata che gli fosse appena capitata vicino. “Voi..”
Sembrava che ci sarebbe voluto del tempo prima che la situazione si sbloccasse. “E’ stato lui a cominciare,” fece House indicando Wilson con un cenno della testa.
“Io... Io cosa? Non è vero!” disse Wilson quasi soffocando, e House rivolse di nuovo la sua attenzione su lui. Due brillanti chiazze di colore gli stavano colorando le guance, e House non riusciva a capire se fossero per la rabbia o.. qualcos’altro.
Bè, non che la situazione non potesse andare peggio di così. “Sì che lo hai fatto.”
“Sei stato tu a baciare me,” fece Wilson indignato.
“Bè, sì. Dopo che tu praticamente mi hai sfidato a farlo.”
Cameron produsse un piccolo suono acuto, riportando l’attenzione di House su di lei. Chase, notò, aveva cominciato ad allontanarsi con circospezione.
Foreman tornò sulla soglia con una nuova tazza di caffè e guardò Cameron con uno sguardo quasi divertito. “Se voi due avete intenzione di continuare a fare quello,” osservò, indicando House e Wilson con un cenno del mento, ed era un indicatore della situazione e di quanto stranamente House si trovasse a suo agio il fatto che dovette fare caso alla posizione in cui lui e Wilson continuavano a rimanere prima di rendersi conto a quale ‘quello’ Foreman si stesse riferendo, “c’è un ripostiglio proprio in fondo al corridoio che non consiste in una solida massa di finestre. Sapete, giusto in caso non vogliate farlo diventare l’argomento principale delle chiacchiere d’ospedale per la prossima settimana e che la dottoressa Cuddy continui a ricevere lettere al proposito per mesi”
“Ma pensa al fattore divertimento,” disse, debolmente, e improvvisamente si rese conto che forse Wilson e Cameron non erano gli unici ad essere sotto shock lì dentro.
O forse si trattava solo di lui e Cameron, perché improvvisamente il viso di Wilson passò dall’attonito alla compostezza, e spinse House indietro di quel poco che gli serviva per ricomporsi, poi afferrò il bastone di House e glielo porse. House lo prese con espressione quasi assente.
“Noi due dobbiamo parlare,” gli disse Wilson, lanciando uno sguardo verso il quadro vivente alle sue spalle. “Senza un pubblico.”
“Il ripostiglio?” suggerì House. Forse Wilson stava cominciando a pensare con chiarezza, ma lui si sentiva ancora confuso.
“Stavo pensando al mio ufficio in verità.” Replicò Wilson.
“Bene, quello risolverebbe comunque il problema finestre,” disse House, mentre Wilson cominciò a dirigersi alla porta, portandosi dietro House tirandolo per la giacca. House andò con lui in uno stato di vago stupore, cercando di capire quando diavolo avesse perso del tutto il controllo della situazione.
La sua affermazione gli fece ottenere un roteare degli occhi da parte di Wilson. “Potrete riaverlo indietro tra un’ora,” disse al team, e poi dopo uno sguardo di sbieco aggiunse, “O probabilmente due.”
Foreman sbuffò nella sua tazza, e le sopracciglia di Chase s’inarcarono. Cameron confermò la sua improvvisa affinità con House, assumendo il suo stesso sguardo assente rivolto a Wilson. “Ma... io... Ma è...” disse la ragazza debolmente.
Strano come House fosse d’accordo con lei su quel punto. Tranne che Wilson lo stava trascinando fuori nel corridoio, e House non ebbe l’opportunità di dirle quello che stava pensando, che sarebbe stato qualcosa di simile a, “Non intendevo che tutto questo succedesse davvero.”
Un passante nel corridoio lanciò loro un’occhiata perplessa, ma non disse nulla; il capannello di persone che House temeva si fosse formato alla fine non sembrava essere lì. Wilson gli lasciò andare la giacca mentre la porta finiva di chiudersi, e gli sorrise. “Te l’ho detto di poterti battere”
Non poteva funzionare. House sapeva che non poteva funzionare. Lui, e Wilson, e... questo, non quando entrambi erano del tutto inadatti a gestire delle relazioni ognuno a suo modo—doveva essere una storia condannata, giusto? Tranne che invece di pensare quello, gran parte di lui stava in realtà pensando, Huh, perché non ci ho pensato anni fa?
Solo a pensare a tutti i soldi che potevano venire risparmiati dall’ultimo matrimonio e divorzio di Wilson, per esempio. Per non menzionare il fatto che Wilson aveva avuto ragione su un punto, prima. House non gli aveva prestato molto ascolto negli ultimi tempi. Forse si era trattato di un effetto collaterale—cercare così fortemente di negare questa cosa crescente tra di loro lo aveva portato a negare anche altre cose a proposito di Wilson, come il fatto che lo rispettasse e lo avesse sempre rispettato. Come un suo pari. Uno che ora si era appena fermato di fronte agli ascensori, fissandolo con le sopracciglia sollevate e uno sguardo di crescente preoccupazione, e improvvisamente House si rese conto che c’era stata una pausa molto lunga tra quello che Wilson aveva appena detto e adesso; per un attimo dovette anche andare a ripescare quale era stata l’affermazione. Giusto, batterlo. “Sì. Sì l’hai fatto. E avevi ragione.”
Si fermò per un secondo. “Faremo degli altri test alla signora.. Forse-non è- Vasculite.”
“Perché ti ho baciato?” fece Wilson, qualcosa che House non riusciva a leggergli negli occhi.
“Perché avevi ragione su un punto. Il bacio è stato solo un piacevole bonus.”
Il sorriso di Wilson in risposta fu come il sole che faceva la sua comparsa. “Allora.”
“Allora,” rispose House, premendo il pulsante dell’ascensore. “Intendevi ‘parlare’, o intendevi... ‘parlare’?”
Wilson rivolse nuovamente gli occhi al soffitto. Spostandosi un po’, e House si rese conto con un certo divertimento che quanto più si scuoteva dal suo stordimento tanto più Wilson stava diventando nervoso, come se fossero attaccati a delle pulegge l’uno a fare da contrappeso all’altro. “La prima. Questo è.. voglio dire, è.. noi.. non che non sia stato bello, ma è...”
House sorrise. “Giusto. Perciò tu e io in una stanza senza inconvenienti finestre o persone che possano interrompere, e tu ti aspetti—“
“House.” Riconosceva quel tono, esasperazione e irritazione ma non vera rabbia, e improvvisamente si rese conto di quanto gli era mancato. Cosa che doveva venir fuori anche dal suo sorriso, addolcendolo, a giudicare dalla reazione di Wilson. Le porte dell’ascensore si aprirono ed entrambi rimasero lì per un lungo momento ignorandole, fissandosi l’un l’altro con una specie di stupido, goffo sorriso che—se qualcuno fosse stato sull’ascensore in quel momento e li avesse visti—probabilmente avrebbe completamente negato la fortuna di venire solamente beccati nel suo ufficio da persone che poteva terrorizzare fino a costringerle al silenzio.
A ripensarci, forse si era sbagliato ad essersi preoccupato che qualcuno potesse beccarli; tutto considerato, non potevano sperare che la cosa non si risapesse nel giro di una settimana.
“D’accordo,” disse House alla fine, allungando il bastone e impedendo alle porte di richiudersi, poi zoppicò dentro l’ascensore con una sensazione stranamente positiva su come sarebbe andato il resto della giornata. “Bene, vieni e provami di nuovo che sono in errore. Penso che fintanto che tu sia coinvolto potrebbe cominciare a piacermi.”
Wilson continuò a sorridere e lo seguì.